Quando un “non luogo” diventa giardino – Un'esperienza di Garden Terapy

21/04/2019
Quando un “non luogo” diventa giardino – Un'esperienza di Garden Terapy

Una persona a me molto cara, mi disse che la sua passione per l'archeologia si era sprigionata dal bisogno di cercare dentro di sé; scavare materialmente nel passato della Storia la accompagnava nel percorso di ricerca del suo passato, delle sue radici.
L'atto pratico, fisico, unito a quello spirituale.
Cosa cerco io, mi sono domandata, quando in ginocchio sull'erba esploro gli strati di terra con la vanghetta? Qual'è la forza che ci spinge a piantare, a coltivare?
Quale il bisogno che ci desta e chiama a gran voce?
Il bisogno di esistere.
Giardino è una ricerca della propria identità ed una forma per esprimerla, ma è anche la forma per esprimere la propria identità nascosta e, osservando, scoprirla a se stessi.
Giardino è un modo per dire: “Ci sono. E sono questo”, perché rivela solo sincerità. E' lo specchio del carattere e dell'anima che rivela la vera natura di chi lo possiede.
E' successo per caso, come spesso si presentano le occasioni migliori, un giorno di maggio del 2017: il campo di fronte a casa, dove ogni giorno sognavo di poter mettere letteralmente le mani era finalmente a mia disposizione, in affitto sì, ma senza limitazioni. Un luogo dove piantare, sperimentare, dove lasciarsi andare; proprio questo: lasciarsi andare e sentirsi liberi; e poi di nuovo sentirsi liberi di giocare mettendosi alla prova creando un luogo dove vivere ed esprimere creatività ed ingegno e dove essere anche, e soprattutto, liberi di sbagliare.
Libri e manuali alla mano, ho cercato di capire quale terreno, quanta luce, quale esposizione, quale era la natura di questo campo e la sua storia: cosa era stato prima di me, cosa poteva essere con me, cosa sarebbe stato dopo di me. Potevo finalmente piantare alberi, nella speranza che potessero sopravvivere alla stoltezza degli uomini, nell'illusione di immortalità. Si pianta e, secondo la natura di quell'essenza, si ha la certezza che un giorno dovremo separarcene, mentre lei ci sarà ancora perché più longeva del breve viaggio degli uomini. Creature che sapranno riprendersi dalle disgrazie del tempo ripartendo dalle radici, quello che a noi non è concesso.
Così, anche se il campo non è di proprietà, ho deciso di mettervi a dimora le mie amate ortensie, le quercifolia a cui sono molto legata, ed altre piante coltivate in vaso sapendo che avrebbero vissuto e prosperato meglio. Decisione sofferta, nel dubbio di dover un giorno riconsegnare le chiavi del cancello, ma sicuramente la più corretta, considerato il vigore che hanno sprigionato da quando affondano le radici in piena terra. Le ammiro crescere al di là della recinzione, così come possono osservarle i vicini. Non ho voluto infatti un giardino “chiuso”. L'idea che fosse visibile a chiunque avesse piacere di osservare è stata dominante. Le rose gialle, solari e profumate, per quale motivo avrei dovuto nasconderle: sorrido ogni volta che una vicina, passeggiando, affonda il naso nella grande corolla. Un giardino non è solo per se stessi, è anche per gli altri, è un qualcosa di sé che si lascia in eredità. Ecco che un “non luogo” diviene giardino perché vi si lascia un'impronta che racconta chi siamo, chi eravamo.
Il campo si trasforma stagione dopo stagione, mano a mano che nuove compagne di viaggio si trasferiscono a vivere con me: le rose, le aromatiche, le succulente, i viburni, i fruttiferi, le piante di macchia e tutte quelle regalate dai vicini. In due anni è divenuto un po' giardino e un po' laboratorio botanico, un luogo di sperimentazione dove spesso ho modificato l'idea originale o per assecondare le caratteristiche del luogo, talvolta sottovalutate, o per imprevisti, o per il desiderio di novità. Inizialmente ho provato ad essere più rigida seguendo il progetto fino a cedere, così che nel campo mi concedo il lusso dei cambiamenti e di provare alcune specie che suscitano particolare interesse anche se esulano dal concetto iniziale – spregiudicatezza che non potrei permettermi con il giardino di un committente.


Giardino è anche libertà ed il mio non fa eccezione, trovandosi immerso in una campagna in parte coltivata ed in parte selvaggia con olivi, vigneti ed orti. L'idea dominante è stata pertanto quella di un luogo semplice, con alberi da frutto e piante di macchia, le stesse che crescono spontanee sulle colline alle spalle del paese, in Versilia: l'erica, il mirto, il corbezzolo, il viburno, la lavanda, le ginestre, perché il campo dialogasse con il paesaggio che lo circonda. Un luogo dove perdersi e ritrovarsi, dove poter stare fuori all'aperto ma dentro la vita, prendendosi cura di chi ci regala e garantisce la vita, di chi ci fornisce l'ossigeno ed il nutrimento.
Molti mi hanno detto che, con il campo a disposizione, io ed il mio compagno avremmo avuto la possibilità di parcheggiare le macchine vicino a casa, prospettiva che non mi aveva minimamente sfiorato. Desideravo un giardino, non un parcheggio. Molti ritengono che le comodità debbano sempre e comunque essere una priorità. Il campo è esterno all'abitazione e a 50 mt è presente un parcheggio comunale: in un altro contesto, quello più diffuso, dove abitazione e spazio esterno sono nella stessa area, se le condizioni lo consentono, ben venga anche un ricovero per le automobili ma, nel caso specifico o là dove lo spazio è limitato, non vedo il motivo per rinunciare ad un giardino: le auto possono rimanere nella strada, né più né meno di quando si utilizzano per spostarsi lasciandole parcheggiate dove possibile una volta giunti a destinazione.
Giardino, prato, campo, bosco esprimono una realtà molto più complessa del semplice nome che portano: sono vita. Quella vita che dà vita, che permette la vita. Ultimamente ho avuto il piacere di leggere l'ultima pubblicazione del Dott. Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale, che dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV) dell'Università di Firenze, “La Nazione delle Piante” Editori Laterza. L'uomo è, dati alla mano, la specie vivente che si è adattata meno a vivere sul pianeta terra. Il cervello, la nostra mente di cui tanto andiamo fieri che ha generato opere maestose, ci sta ingannando portandoci fuori strada. La conferma di questa teoria è davanti ai nostri occhi: stiamo distruggendo la nostra casa, la casa comune, per sottometterla alle nostre esigenze. Dovremmo domandarci seriamente dove andremo a vivere quando la nostra casa sarà stata distrutta. I cambiamenti climatici che sono in atto sono opera nostra.
Dovremmo abbandonare la convinzione di essere padroni e al centro dell'universo e considerare che l'80% degli esseri viventi sul pianeta è di natura vegetale. Se teniamo così tanto al concetto di “padroni della terra”, questo primato va alle piante e non al genere umano. Le piante hanno reso possibile la vita così come la conosciamo, come ne abbiamo esperienza. Dovremmo averne rispetto. Quando si abbattono alberi, maestosi doni della terra, per cementificare, per costruire, come se di costruzioni – case e capannoni – non ne avessimo a sufficienza, dovremmo tutti sentirci indignati. E' una parte di noi che muore. Una parte che non respira più, una parte che diviene sterile.
Le piante hanno permesso la vita assorbendo tonnellate di CO₂ ed immagazzinandole in giacimenti sotterranei, dai quali otteniamo l'energia per le nostre attività. Rilasciando nuovamente grandi quantitativi di CO₂ nell'atmosfera in breve tempo, l'unica soluzione a breve termine risulta piantare, coltivare. Piantare quanto più possibile vicino alle fonti di inquinamento poiché il potere assorbente delle piante diminuisce all'aumentare della distanza da dove si produce e rilascia CO₂ ed altri inquinanti. Per questo motivo dovremmo dipingere di verde le nostre città. Se per chi ama dilettarsi nel giardinaggio la sensibilità a queste tematiche è spontanea, la sfida è permettere agli altri di rendersi conto sinceramente che le piante sono parte attiva anche della loro vita.

Il garden terapy, la terapia nel giardino, la cura del giardino, è un'attività che appaga la singola persona, che la mette sullo stesso piano degli elementi naturali, che fa scendere l'individuo dall'effimero piedistallo che ci siamo creati dandogli la possibilità di affondare le mani nella terra, respirandone l'odore umido, che gli concede una pace interiore e con il sistema tutto poiché torna alle origini. E' un prendersi cura di se stessi, dell'Io e del corpo, di rivedere le proprie paure ed i propri fantasmi e della casa comune. Dunque, curare un giardino è prendersi cura di sé e della casa comune, dunque del pianeta e si cura il pianeta con la quintessenza del pianeta stesso, cioè gli esseri viventi vegetali che maggiormente lo popolano, chiudendo il cerchio. Il cerchio della vita, dove il cerchio è figura perfetta, mentre noi siamo creature imperfette, incomplete, irrequiete che, in tanti secoli, ancora non hanno trovato le risposte alle domande che ci consumano l'anima, ma nel “tutto” recuperiamo una nostra dimensione, il “tutto” ci dona sostanza e dunque un “perché”. Ecco quindi che coltivare le piante è coltivare se stessi e la parte migliore di noi, è coltivare l'amore per ciò che è bello, utile e comune. Coltivando la bellezza resuscitiamo la parte migliore del nostro intelletto, dando la possibilità al nostro cervello – poco adattatosi alla vita sul pianeta - di riscattarsi dall'oblio e di migliorarsi avendo rispetto della vita in quanto tale, dunque del pianeta tutto e di noi stessi. Se una strada per comprendere noi stessi è coltivare un giardino, cioè la bellezza, il fatto concreto che anche la scienza medica sperimenti terapie contro la depressione o altre patologie come l'autismo, la Sindrome di Down o l'Alzheimer ne è una conferma.
Non siamo soli, siamo parte di un qualcosa che è molto più grande di noi, riavvicinandoci a quel qualcosa ci riappropriamo della nostra essenza, delle nostre sensazioni, delle emozioni che esprimono il nostro modo di vivere, cioè quello di animali pensanti.
Coltiviamo giardini, coltiviamo bellezza, coltiviamo noi stessi. Partendo da un seme si riproduce l'intero ciclo della vita e così un semplice campo diviene compendio di tutto un mondo, di tutto un cosmo e racchiude in sé tutti i misteri e le certezze, le speranze ed i fallimenti, le alchimie e le leggi fisico-chimiche, il pensiero filosofico, la delicatezza di un petalo e la nostalgia di versi poetici, le pennellate su una tela, il giorno e la notte, l'alba sui crinali delle montagne ed il tramonto che sfuma tra i flutti.
Il giardino mediterraneo e i suoi aromi
Di seguito una pillola dell'intervento tenuto...
continua
CARRUBO, albero antico e prezioso per i nostri giardini e la nostra salute!
CARRUBO Ceratonia siliqua Fabaceae Meraviglioso...
continua
GIUGGIOLO, riscopriamo i frutti antichi per un giardino sostenibile!
GIUGGIOLO Zizyphus jujuba  Famiglia...
continua
P. IVA 02531330468 C.F. LMBLCA77A71L833A
Pec info@pec.versiliagarden.com   |   Privacy - Cookie - Links